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Un paese per vecchi


Silvio Berlusconi (74 anni)

Silvio Berlusconi (74 anni)

Ieri sera ho assistito all’ennesimo teatrino della (pesudo)politica italiana che, al di là dei nomi e dei colori, rimane a marchio democristiano. Dopo una tiritera durata alcuni mesi il “cognato” Fini vota la fiducia al dittatorello che gli aveva sguinzagliato contro i prezzolati giornalai e addirittura i ministri di stati off-shore. Tutto scontato, per carità: potevano mai gli auto-eletti farsi sfuggire la ghiotta occasione di allungare la legislatura fino alla primavera, in modo da superare il termine minimo per maturare la meritata ed agognata pensione gravante sui sudditi del regime? Lo spettacolo è stato indegno e indecoroso, ma tipico dei politicanti consumati e riciclati della cd. prima repubblica. Ma cosa ci si poteva aspettare? Davvero qualcuno ne è rimasto deluso? Ho 36 anni e da quando ho iniziato ad interessarmi di politica è stato un crescendo di disaffezione. Del resto, negli ultimi vent’anni non ricordo un solo nome nuovo che si sia affacciato alla ribalta per portare un’idea nuova; le facce (da culo) sono sempre le stesse: D’Alema, Veltroni, Berlusconi, Fini, Bossi, Finocchiaro, Gasparri, La Russa, Napolitano, Rotondi, Cicchitto, Maroni, Andreotti, etc. etc. Invece guardo agli Stati Uniti e vedo Obama, che vent’anni fa era ancora in calzoni corti, guardo alla Gran Bretagna e vedo che i laburisti hanno nominato al comando Ed Miliband, poco più grande di me. Certamente da Obama ci si aspetta di più, ma almeno ha esteso la tutela sanitaria a molti che prima ne erano sprovvisti. In Italia invece negli ultimi venti anni cosa è stato fatto? Quale idea nuova hanno apportato alla causa negli ultimi venti anni i professionisti della poltrona? La tassa straordinaria per l’Europa? Il progetto del ponte sullo stretto, senza che al sud ci siano autostrade di collegamento e ferrovie con il doppio binario e i treni elettrici? L’indulto? La depenalizzazione del falso in bilancio? La reintroduzione del finanziamento pubblico ai partiti sotto forma di rimborsi elettorali in barba ad un referendum abrogativo? L’unica speranza per i nostri figli sembra essere che non si vive in eterno, salvo che non si cambi l’intero sistema e si ringiovanisca la classe dirigente con l’innesto di talenti passionali e innovatori, possibilmente però non addestrati al compromesso nelle file negli attuali partiti. La prima mossa sarebbe di ridurre drasticamente i compensi nelle istituzioni, ma non come mossa populistica, bensì quale strumento per fare in modo che la politica non sia più una professione ma l’esercizio di una passione al servizio della cosa comune. Ecco, finché non si porranno le basi per questa “rivoluzione” rimarremo un paese per vecchi (democristiani).

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  1. Andrea
    8 ottobre 2010 alle 06:10

    Credo che il problema non sia quantitativo ma qualitativo: la politica (nazionale) è piena di giovani; ci sono gli Yesman di Silvio, il Trota (mi chiedo se la lobotomia sia un processo reversibile), e gli anticonformisti alla Vendola.
    C’è bisogno di altri giovani? Io mi accontenterei anche di vecchi responsabili, con idee nuove.

    • 8 ottobre 2010 alle 08:15

      Concordo, la gioventù anagrafica non è garanzia di novità o lungimiranza. Ritengo necessarie persone “nuove” , ovvero non compromesse col sistema di potere e , naturalmente, oneste. Chissà…forse è chiedere troppo

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