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Il testamento morale di un grande regista


Mario MonicelliMario Monicelli con Totò
“I soliti ignoti”, “La grande guerra”, “Amici miei”, “Guardie e ladri”, “Un borghese piccolo piccolo”, “I compagni”, “La ragazza con la pistola”, “Il marchese del grillo” ed altri che si possono vedere e rivedere senza mai annoiarsi: ecco la peculiarità delle opere del maestro Monicelli. Se n’è andato così come riteneva giusto, come aveva sempre detto: «La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena». Adesso che diranno i benpensanti cattopoliticanti che avevano criticato l’intervento di Peppino Englaro e Mina Welby a “vieni via con me”, chiedendo pateticamente a gran voce la replica del comitato pro-vita? Proprio il bipartisanismo a tutti i costi, che non è altro che l’americanizzazione del più che italiano “compromesso” di bassa lega, ci sta portando nel letamaio di cui proprio il grande regista da ultimo si era lamentato. Perché i veri cambiamenti si attuano con le decisioni, tirando fuori gli attributi, non con il buonismo democristiano finalizzato a fottere il prossimo. Monicelli ci ha lasciato con un ultimo immenso testamento morale: «Come finisce questo film? Non lo so. Io spero che finisca con quello che in Italia non c’è mai stato: una bella botta, una bella rivoluzione. C’è stata in Inghilterra, in Francia, in Russia, in Germania, dappertutto meno che in Italia. Quindi ci vuole qualcosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto, che è trecent’anni che è schiavo di tutti», perché «…ormai nessuno si dimette, siamo tutti pronti a chinare il capo pur di mantenere il posto, di guadagnare; pronti a sopraffarci, a intrallazzare. Uno la prima cosa che fa è di mettersi d’accordo con un altro per superare le difficoltà. Non c’è nessuna dignità, da nessuna parte. E’ proprio la generazione che è corrotta, malata, che va spazzata via. Non so da che cosa, non so da chi, o meglio lo saprei, ma lasciamo andare…». Quale persona onesta a quel sussulto d’orgoglio di un uomo ormai al tramonto della vita non ha rabbrividito? Eppure non ho sentito alcun leader di partito elogiare o fare proprie queste parole, cavalcare lo scontento generale per imporre nuove idee. Troppo capziose? Troppo populiste? O semplicemente, il termine rivoluzione fa paura agli interessi dei singoli che su questo stato di cose ha costruito le proprie fortune? Sì perché rivoluzione implica un sovvertimento dello stato delle cose e, quindi, risulta sgradita a coloro che sullo stesso continuano a marcire. Forse però è anche una fortuna, perché il rivolgimento della situazione attuale deve provenire dal basso, da tutti i cittadini onesti, i quali devono ritrovare la dignità calpestata da un manipolo di faccendieri, mafiosi, lacché e professionisti della politica. Certo, come rilevato dal maestro «il riscatto non è una cosa semplice, è doloroso, esige anche dei sacrifici», perché perdere il poco che ciascuno ha per inseguire un ideale non è cosa semplice, per cui ci si accontenta del meno peggio, chinandosi di fronte al “così vanno le cose”. Invece sarebbe il momento di pretendere i propri diritti, che sono dovuti e non favori da cercare in tempi di campagna elettorale. Ma soprattutto di pretenderli subito, immediatamente, perché come chiosava Monicelli «la speranza è una trappola inventata dai padroni, quelli che ti dicono state buoni, zitti, pregate, che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà, perciò adesso state buoni, tornate a casa. Sì, siete dei precari, ma tanto fra 2-3 mesi vi assumiamo ancora, vi daremo un posto. State buoni, abbiate speranza». In definitiva, «mai avere la speranza; la speranza è una trappola, è una cosa infame, inventata da chi comanda», per rimandare il più tardi possibile la rivoluzione.

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