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Il bene essenziale


L'acqua non si vende

Io voto "SI"

I comitati per il no ai referendum sull’acqua giustificano questa scellerata scelta sostenendo la disinformazione sulla struttura dei quesiti. In particolare, evidenziano che votando no non si privatizzarebbe l’acqua, ma soltanto la gestione della stessa, perché l’acqua resterebbe un “bene comune”. Io invece parto da un presupposto completamente diverso. Innanzitutto, considero l’acqua non semplicemente un “bene comune”, come ce ne sono tanti altri in una comunità (ad esempio, le strade pubbliche, i parchi, le spiagge etc.), ma la considero un “bene essenziale”, ossia uno di quei beni senza i quali l’uomo non potrebbe vivere. Allora la prospettiva cambia radicalmente, perché la essenzialità per la vita umana ne implica, inevitabilmente, la necessaria accessibilità a costo zero per chiunque. Se vincessero i no o, il che è lo stesso,  non si raggiungesse il quorum, si aprirebbe lo spiraglio per i privati di entrare nella gestione dell’acqua, “bene essenziale”. L’imprenditore privato, che in genere non è un filantropo, ha un unico obiettivo: il profitto. Conseguentemente, nel momento in cui un imprenditore privato decidesse di investire nel settore dell’acqua mirerebbe innanzitutto a rientrare dell’investimento compiuto. Considerando lo stato degli acquedotti italiani, l’investimento sarebbe piuttosto cospicuo: come potrebbe l’impenditore rientrare dell’ingente somma spesa per ristrutturare gli acquedotti? L’unica risposta che mi viene in mente è: aumentando le tariffe per l’uso dell’acqua “bene essenziale”. Premesso che nel nostro stato ogniqualvolta si è tentato di liberalizzare qualche settore dell’economia non si è mai raggiunto il fine cercato, perché le lobbies se ne fregano di dare servizi, pensando anzitutto al profitto (si pensi alla assicurazioni e alla benzina per fare gli esempi più eclatanti), in ogni caso la “liberalizzazione” dell’acqua impedirebbe quell’accesso a costo zero che deve necessariamente sottendere fornitura di un “bene essenziale”. In altri termini, essendo l’acqua non un mero “bene comune”, bensì un “bene essenziale”, tutti devono potervi accedere! Se aumentassero le tariffe si porrebbero barriere all’accesso e l’acqua, come altri beni, finirebbe di essere un “bene essenziale” per diventare un qualsiasi bene comune. Si pensi a ciò che accade con le concessioni delle spiagge ai privati: le spiagge sulle quali insistono i lidi privati restano “beni comuni”, ossia di tutti, ma l’accesso è sbarrato dal pagamento di un compenso al gestore del lido. In altri termini, la spiaggia resta teoricamente un bene comune perché tutti ci possono accedere, ma nei fatti l’accesso è ristretto dal prezzo del biglietto dl’ingresso, spesso molto elevato, sicché nella realtà delle cose il bene, pur comune, non è accessibile a tutti! Orbene, l’avete fatto con le spiagge, non lo farete con l’acqua: è un BENE ESSENZIALE! Per questo voto SI ai referendum sull’acqua.

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