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Corsi e ricorsi


Crisi

Crisi

Le crisi economiche sono endemiche al sistema capitalistico e consumistico. Si potrebbe citare la crisi dei banchieri fiorentini del 1340-1350, la bolla olandese dei tulipani del 1637, le crisi dell’800, fino alla grande e nota depressione del 1929, per arrivare ai giorni nostri con il 1992-1993 e l’attuale crisi finanziaria iniziata con i sub-prime. Tutte hanno un filo conduttore comune, ossia il bisogno di profitto e la specualzione quale strumento di arricchimento. Del resto, l’economia è un settore che nel sistema capitalistico tende a staccarsi dalla realtà per porsi in una sorta di mondo virtuale, come campo a sé stante nel quale si cerca di moltipolicare il denaro esistente. Ma è evidente, anche a chi non è un esperto di economia, che un sistema del genere non è in grado di reggere: se l’albero produce una mela, io posso vendere quella mela o posso mangiarla, ma non posso moltiplicarla, se non rendendola virtuale, ossia vendendola ad un prezzo e ricomprandola ad un costo minore, per poi rivenderla ad un prezzo maggiore. E’ quello che accade nel sistema capitalistico: se produco un bene e lo vendo ad un certo prezzo che tenga conto dei costi di produzione con un margine di realizzo, allora avrò un guadagno che potrò utilizzare per investirlo in un macchinario oppure per aumentare il capitale sociale. Se invece, emetto titoli per farli acquistare da terzi, il cui costo è determinato sulla base di valutazioni bilancistiche, e poi questi titoli vengono regolamentati in un mercato proprio, autoreferenziale, staccato dalla realtà produttiva, quel titolo potrà essere acquistato e rivenduto dagli speculatori per lucrare la differenza e tale guadagno sarà slegato dalla produzione di un bene di utilità sociale. E soprattutto le imprese saranno soggette alla fluttuazione di tale mercato che può dipendere da tante variabili non prevedibili. Allora, considerando le esperienze passate, l’unico modo per evitare il ricorso storico della crisi economica è di cambiare il sistema, legando indissolubilmente la ricchezza alla economia reale, ossia alla produzione di beni di utilità sociale e ponendo quale obbiettivo principale non più il profitto, ma la qualità e la dignità della vita umana. In questo modo, non soltanto si eviterà la speculazione, ma anche la sproporzione delle ricchezze, perchè la qualità della vita non dipende da quanto denaro si ha, ma dai servizi che si possono ricevere dalla comunità, la quale, non essendo più il profitto l’obbiettivo principale, avrà a disposizione quanto necessario per offrirli. Insomma, è necessario un ripensamento del modello sociale che ci propinano i pochi grandi capitalisti. Ciò che deve importare non è il lusso e la sete di denaro, che porta con sé corruzione, guerre e criminalità, ma la felicità e la dignità della propria vita e di quella della intera collettività, fatta di poche cose fondamentali.

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  1. 3 gennaio 2012 alle 13:45

    la speculazione sui tulipani olandesi è veramente emblematica
    http://www.lundici.it/2011/12/tulipmania/

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