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Che gran scoperta!


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Dall’ultima edizione di “Labour Market Statistics” stilata da Eurostat è emerso che le retribuzioni lorde dei lavoratori italiani sono tra le più basse dell’eurozona. Peggio hanno fatto solo Malta, Portogallo, Slovenia e Slovacchia. Si tratta di circostanze già note ai più, soprattutto ai lavoratori, che svegliano gli addetti ai lavori soltanto oggi. Secondo il ministro Fornero occorrerebbe “scardinare” questo meccanismo aumentando la flessibilità. Insomma, ogni occasione è buona per attaccare l’articolo 18 dello Statuto, come se la sua eliminazione fosse la panacea di tutti i mali. Immancabile poi l’intervento del sindacalista bonanni, secondo cui è colpa delle troppe tasse sul lavoro. E lui cosa ha fatto in tutti questi anni per difendere i lavoratori di cui dovrebbe essere il rappresentante? Lo studio dell’Eurostat si riferisce agli stipendi lordi, i quali dovrebbero essere ricomprensivi delle tasse, quindi non sono le imposte ad incidere sul risultato finale, ma semmai gli elevati profitti delle imprese e le sproporzionate retribuzioni dei managers. La busta paga del lavoratore, a fine mese, si può rimpinguare mediante la redistribuzione del reddito all’interno dell’impresa, perché basterebbe la decurtazione del 10% dei megastipendi dei managers e la redistribuzione del ricavato tra i lavoratori per consentire a costoro di portare a casa, a fine mese, uno salario più dignitoso. Ma queste cose bonanni non le dice, perché i sindacati vivono grazie al finto contraddittorio che consente loro l’impresa. Purtroppo, non c’è alternativa: un mondo migliore e più solidale può partire soltanto dalla equità nella distribuzione delle ricchezze e la dinamica interna alle aziende non può prescindere da questo presupposto basilare. Basti considerare il paese europeo dove i salari dei lavoratori sono i più alti, ossia la Germania. Qui i lavoratori partecipano ai consigli d’amministrazione delle grandi società e vogliono essere parte della redistribuzione della ricchezza. Si tratta di una strategia che si basa sulla convergenza fra impresa e lavoratori nell’investire in attività che generano maggior profitto per le imprese, e di conseguenza un maggior salario per i lavoratori. In Italia, invece, come in altri paese dell’Europa, le imprese restano arroccate sulla propria posizione di sfruttamento del lavoratore per il mero profitto, che in questo modo è più basso che in Germania, perché fondato solo ed esclusivamente sulla differenza tra ricavi e costo del lavoro. Ed è questo il contesto ideale per inasprire lo scontro sociale, nel quale sguazza il sindacato, che continua a rimanere un mero potere forte che garanrisce soltanto sé stesso e i vertici che ne fanno parte senza alcuna capacità di difesa dei lavoratori.

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