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Non sa più che pesci prendere!


Sergio Marchionne

Sergio Marchionne - non fabbriche ma campi di lavoro per schiavi!

Marchionne oramai è alla deriva. Le sue dichiarazioni sono sempre più contraddittorie e, anche se sibillinamente, “ricattatorie”. L’ultima uscita è stata che la Fiat resterà in Italia solo a condizioni estremamente chiare. Quali sarebbero queste condizioni estremamente chiare? Ovviamente non lo dice, limitandosi ad evidenziare che “non si può tenere in piedi un sistema senza più basi economiche: serve la riforma del Welfare e un mercato del lavoro più flessibile“. Eppure, solo due anni fa, il managgerissimo si pavoneggiava che avrebbe investito 20 miliardi di euro negli stabilimenti italiani. Peccato che, dall’annuncio in poi, del progetto si sono perse le tracce. Ad oggi la Fiat ha soltanto ristrutturato lo stabilimento di Pomigliano (700 milioni di euro) dove si produce la nuova Panda, ma in cambio dell’abbassamento delle tutele per i lavoratori ottenuto a seguito di un referendum farsa. E gli altri 19 miliardi? Per ora nulla, solo continue dichiarazioni dell’a.d. che di propositivo hanno davvero poco, se non il riferimento continuo all’argomento trito e ritrito della maggiore flessibilità da introdurre nel mondo del lavoro. E poi la farsa finale: se non si esportano auto prodotte in Italia negli USA, sarà costretto a chiudere 2 stabilimenti in territorio nazionale. Ma non era marchionne quello di più fatti e meno parole? Quello che “agli scettici, ai detrattori, agli antagonisti per professione rispondiamo con i fatti“? E i fatti quali sarebbero? Che dopo aver annunciato un investimento da 20 miliardi, dopo due anni minaccia di chiudere altri due stabilimenti italiani se non riesce ad esportare auto negli stati uniti? Ma se le auto non le esporta è colpa della catena di montaggio o di un manager che non è in grado di realizzare una politica industriale che porti all’eccellenza e, quindi, all’esportazione? Fiat oramai è in costante perdita: a gennaio 2012 ha registrato, in europa, un -16,2%. E allora comincia a sorgermi un dubbio: non è che marchionne non sta più a capirci nulla e con le sue dichiarazioni cerca soltanto di scaricare sugli altri la sua incapacità di imbastire una seria politica industriale, basata sulla innovazione? In poche parole, il managgerissimo sembra quasi che, per nascondere le sue mancanze, voglia ad ogni costo spostare l’attenzione sull’ingessamento del mercato del lavoro. Ma la strumentalità delle sue spesso contraddittorie dichiarazioni è dimostrata dal caso Pomigliano, dove è stato firmato il nuovo contratto seguendo le sue “moderne” direttive, eppure non è che solo per questo motivo la Fiat vende più auto. Del resto, non è un caso che le dichiarazioni più roboanti del managgerissimo siano iniziate da quando lo stato non ha più concesso gli incentivi alla rottamazione, determinando così un crollo del mercato dell’autoa partire dal 2010 (a luglio -26%, con un picco di -35% per la Fiat).  Dichiarazioni ad orologeria, dunque, che si trasformano in “minacce” velate, allo scopo di ottenere qualcosa dallo stato come ai bei vecchi tempi? Perché poi marchionne parla di Stati Uniti, di globalizzazione, di flessibilità, ma alla fine l’unica cosa concreta che ha consentito alla Fiat di andare avanti in tutti questi anni sono stati gli aiuti dello stato. Più parla costui, più mi viene in mente l’americano a Roma dell’albertone nazionale.

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