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Posts Tagged ‘cambiamento’

La voglia di cambiare


Segnali politici dagli elettori

Gli elettori hanno dato un chiaro segnale

E’ certamente il primo pensiero che viene in mente guardando il risultato delle amministrative. In particolare, è interessante soffermarsi sul risultato di Napoli. De Magistris ha “stracciato” lettieri, l’imprenditore berlusconiano, che nella sua campagna elettorale non ha fatto altro che appiattirsi sullo schema tipico del suo signore. Emblematica l’affermazione che con De Magistris a Napoli sarebbero tornati i soviet! La vittoria, schiacciante, di De Magistris significa che c’è una parte, una grande parte, della popolazione partenopea che finalmente ha avuto il coraggio di ribellarsi allo stato delle cose. De Magistris, politicamente, è un esponente dell’IDV, ossia di un partito che a Napoli raccoglie, in genere, qualche migliaio di voti. La sua vittoria significa, quindi, che la gente ha votato la persona e non il partito che rappresenta. De Magistris ha sconfitto, contemporaneamente, la vecchia classe dirigente del pd, macchiatasi di malgoverno negli ultimi decenni (bassolino, iervolino & C.) e la vecchia classe dirigente connivente con la malavita (cosentino & C.). Ed è soprattutto quest’ultimo successo che porta brividi di gioia, che fa pensare ad una parte di Napoli finalmente libera dal vecchio servilismo del voto di scambio o del voto di speranza. Difficilmente De Magistris riuscirà a risolvere gli annosi problemi della città bella e maledetta; sono così grossi e territorialmente radicati nella mentalità che sarà impossibile estirparli per chiunque e, soprattutto, in breve tempo. Ma almeno mi aspetto una gestione trasparente della cosa pubblica, con lo sradicamento di ogni connivenza con la malavita che ha portato la città alla decadenza completa. Sarebbe già un grande segno di rinnovamento, sul quale poggiare le basi di una nuova, lenta ma progressiva rinascita. Niente più speranza, ma solo fiducia e piccole cose, perché la bacchetta magica non esiste, ma l’onestà e la coscienza sì. Ed è questo il motivo per cui esulto all’esito elettorale partenopeo: ha vinto la parte per bene del capoluogo campano, quella che si è ormai rotta i coglioni della vecchia e sporca classe dirigente, della classe del malaffare.

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La corsa al profitto

29 marzo 2011 2 commenti

Banconote - Ricchezza e povertà i tempo di crisiAdesso abbiamo compreso il fondamento delle dichiarazioni ottimistiche del dittatorello sulla crisi economica degli ultimi tempi: lui nell’ultimo anno ha raddoppiato il proprio reddito. Altro che crisi, dunque!!! La crisi economica del capitalismo determina un effetto strano: chi è ricco si arricchisce ancor di più, chi non è ricco diventa povero. Insomma, la forbice sociale, che il capitalismo inevitabilmente allarga, raggiunge la massima divaricazione quando subentra la crisi del sistema. Sembra un paradosso, perché se il capitalismo implica benessere, la crisi dello stesso dovrebbe  causare una riduzione del profitto per chi con il capitalismo lo produce. Tutto questo ci mostra, se ancora ce ne fosse bisogno, qual è il vero male dell’età moderna: il profitto. La corsa sfrenata al profitto spinge al potere, allo scopo di acquisire una posizione sociale che rende profitto. La corsa al profitto conduce alle dittature, alla corruzione, alle guerre, alla delinquenza: avete mai visto un dittatore semplicemente benestante? Mai! Sempre possessori di tesori inestimabili, come dimostrano gli eventi degli ultimi mesi: Mubarak, Gheddafi e gli altri. Avete mai visto una guerra generata da scopi diversi che l’accaparramento di territori ricchi di materie prime che portano profitto? Mai! Basti considerare gli ultimi eventi: Iraq, Libia. Come mai l’Occidente che si autodefinisce “esportatore di democrazia” non interviene in Siria? Forse perché in Siria non c’é petrolio? Allora, il profitto è la fonte delle ingiustizie dei nostri tempi. Dietro un finto benessere collettivo, nasconde l’avidità dei pochi, il cui unico scopo nella vita è arricchirsi, perché il denaro è potere. Pertanto, il capitalismo non è affatto lo strumento di aumento del benessere della collettività, ma soltanto un modo per massimizzare l’individualismo a scapito degli ultimi. Gli ultimi, quindi, diventano meri numeri, o perché concorrono a realizzare il profitto consumando i prodotti, oppure perché esprimono il loro voto in cambio della promessa del posto di lavoro. Il profitto, in altre parole, sopprime l’umanità. Di recente, vedendo uno dei molteplici servizi sul terremoto in Giappone, a fronte dei 20000 tra morti e dispersi e del disastro nucleare, hanno intervistato un imprenditore giapponese che, quasi benedicendo l’evento, ha evidenziato come lo stesso possa costituire un’opportunità per l’economia, in quanto la ricostruzione porterà ricchezza alle imprese dell’edilizia. Cos’è questa? Realpolitik? No! E’ lo squallore di quei pochi che, come detto, vivono solo ed esclusivamente per il profitto. Se siamo nel 2011 e ancora si muore di malattie, la colpa è del profitto, perché se i soldi spesi per le armi e le guerre, oppure quelli persi per la corruzione venissero investiti nella ricerca, forse oggi l’uomo morirebbe di meno per i tumori. Ma in questo modo, le case farmaceutiche non potrebbero vendere i loro farmaci chemioterapici, riducendo conseguentemente i propri profitti. Si potrebbero elencare centinaia di vicende analoghe, le quali provano come il profitto sia alla base di ogni azione deliquenziale e liberticida: si pensi al caso Fiat per restare in Italia. La verità, dunque, è il che il profitto, che costituisce il fulcro del sistema capitalistico moderno, annulla l’essere umano, rendendolo schiavo di schemi e paradigmi di vita incompatibili con la natura del mondo in cui vive, distruggendolo e rendendolo sempre meno “umanitario”. In questo mondo, io sto con gli ultimi, perché, come dice Don Gallo, le ideologie possono essere sbagliate, stare con gli ultimi non è un’ideologia e quindi non è sbagliato. Ma prima o poi, gli ultimi saranno i primi e non in senso biblico, perché è su questa terra che il sogno di un cambiamento epocale deve realizzarsi.

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