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Giù le mani dalle rivoluzioni

21 novembre 2011 Lascia un commento

PIAZZA TAHRIR  - La Rivoluzione continua, dal cuore dei paesi arabi ...

PIAZZA TAHRIR - La Rivoluzione continua, dal cuore dei paesi arabi ...

I poteri forti vanno a braccetto con quello militare e cercano di distruggere la ventata di novità che i giovani di tutto il mondo ci stanno donando. In Egitto, il movimento popolare manda a casa il tiranno mubarak e i militari, con la scusa di pilotare la transizione, si accaparrano il potere. Il potere militare aveva appoggiato gli insorti strumentalmente, per creare un vuoto di potere nel quale inserirsi. Ma questa volta non la farà franca! Per fortuna le cose sono cambiate e gli insorti non si sono lasciati intimorire, continuando a lottare! L’esercito reagisce uccidendo chi manifesta per la libertà e per godersi finalmente il meritato risultato della rivoluzione storica contro la tirannia. Adesso basta cambiare per non cambiare nulla, non è questo il senso della primavera araba. La libertà è democrazia, è il governarsi, senza la necessità di mediatori che, una volta raggiunto il potere, cercano di difenderlo ad ogni costo, come la cosa più preziosa. Ed ecco che si mandano in strada l’esercito, i carri armati, perché coloro che protestavano giustamente contro il tiranno, adesso sono diventati dei delinquenti, nemici di chi assetato di potere si vede ostacolato nel proposito di governare senza

Occupy Wall Street

...alla patria del capitalismo

averne alcuna legittimità. Il tiranno è stato cacciato dal popolo ed è il popolo l’unico legittimato a governare. Via i militari dal potere, via i militari da tutto, perché sono soltanto strumento di morte nelle mani di chi vuol prevaricare gli altri e mettere a tacere chi si ribella al sistema. Via i poliziotti dalle strade americane dove monta la protesta pacifica di OWS, perché le immagini che abbiamo visto in questo periodo delle inaudite violenze contro manifestanti inermi sono il sintomo di una bestialità del potere, anche di quello che si definisce democratico e civile, che reagisce quando qualcuno osa metterlo in discussione. Noi non vogliamo un mondo governato dalla sete di profitto di lobbies e dai massoni, che mettono i militari a guardia del potere costituito. Noi vogliamo un mondo diverso, nel quale a governare sia, dal basso, il popolo, l’unico in grado di tutelare il benessere collettivo.

Aprire gli occhi!

8 marzo 2011 4 commenti

Sfogliando i giornali degli ultimi giorni saltano agli occhi alcune notizie sulla situazione italiana attuale che dovrebbero far rabbrividire: altissima disoccupazione giovanile, diminuzione drastica delle iscrizioni alle università pubbliche  e caro benzina. Tuttavia, se si va più a fondo nella ricerca – navigando in rete ovviamente – si può verificare che l’Italia è al 67° posto su scala mondiale nella speciale graduatoria dei paesi meno corrotti del mondo, al 40° posto per libertà di stampa, 5^ nella classifica delle principali mete turistiche mondiali (nonostante il suo patrimonio artistico e naturalistico), tra le ultime nella classifica relativa all’uso delle tecnologie della telecomunicazione, 23^ nella classifica mondiale dello sviluppo, l’università italiana più alta in graduatoria è l’Università di Bologna al 192° posto. L’Italia, invece, è tra le primissime (tra il 5° e il 7° posto) nella classifica del debito pubblico più alto. Se questa è la situazione del nostro paese, diamo uno sguardo all’azione di governo degli ultimi giorni: rafforzamento della maggioranza, nomina di nuovi sottosegretari, riforma della giustizia, federalismo fiscale. In tesi, le iniziative politiche dovrebbero essere rivolte ad innalzare il benessere della collettività, cercando di risolvere le problematiche contingenti che l’affliggono. Qualcuno ha sentito qualche membro del governo fare proposte per aumentare l’occupazione giovanile? Per consentire al neolaureato di entrare nel mondo del lavoro? Per frenare l’incidenza dell’aumento della benzina sul cittadino che ogni giorno deve recarsi al lavoro per portare a casa 900 euro al mese? Niente di niente. Vanno in TV a parlare, a litigare, ad imbonire, ma di concreto cosa fanno? Prendono il lauto stipendio a fine mese, camminano nelle auto blu, fanno qualche interrogazione parlamentare, piazzano qualche familiare o amico dell’amico nelle aziende pubbliche, assegnano qualche appalto per arrotondare la mensilità e poi tornano a casa a riposarsi. Come si fa a non incazzarsi di fronte a tale stato di cose? Ma cosa aspetta l’opposizione ad attuare (finalmente) un gesto di rottura? Forse che non conviene neanche ad essa di cambiare lo stato delle cose? Evidentemente no, perché le stesse porcherie si compiono da un lato e dell’altro! Ed ecco che in strada, anziché arrabbiarsi per tale condotta, la gente fa a pugni per difendere la propria parte politica, perché ciò che non ci facciamo mancare è la faziosità, anche se questa implica la difesa ad oltranza del farabutto di turno. La realtà, dunque, ci ha insegnato che la ribellione all’attuale stato delle cose deve partire dal basso, dai singoli cittadini, perché i cd. rappresentanti del popolo, democraticamente eletti, non hanno alcun interesse a migliorare la vita dei rappresentati, se non quella dei propri familiari e degli amici. Occorre un segnale forte, da parte di coloro che non sono collusi con la melma politica e che sono davvero stanchi di essere presi per il culo, che non si accontentano di sedersi in poltrona la sera a guardare un reality o la partita della squadra del cuore, perché sanno che si tratta di meri palliativi finalizzati a distogliere lo sguardo dalla realtà delle cose, permettendo a quei cialtroni di fare i loro porci comodi.

Il testamento morale di un grande regista

30 novembre 2010 Lascia un commento

Mario MonicelliMario Monicelli con Totò
“I soliti ignoti”, “La grande guerra”, “Amici miei”, “Guardie e ladri”, “Un borghese piccolo piccolo”, “I compagni”, “La ragazza con la pistola”, “Il marchese del grillo” ed altri che si possono vedere e rivedere senza mai annoiarsi: ecco la peculiarità delle opere del maestro Monicelli. Se n’è andato così come riteneva giusto, come aveva sempre detto: «La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena». Adesso che diranno i benpensanti cattopoliticanti che avevano criticato l’intervento di Peppino Englaro e Mina Welby a “vieni via con me”, chiedendo pateticamente a gran voce la replica del comitato pro-vita? Proprio il bipartisanismo a tutti i costi, che non è altro che l’americanizzazione del più che italiano “compromesso” di bassa lega, ci sta portando nel letamaio di cui proprio il grande regista da ultimo si era lamentato. Perché i veri cambiamenti si attuano con le decisioni, tirando fuori gli attributi, non con il buonismo democristiano finalizzato a fottere il prossimo. Monicelli ci ha lasciato con un ultimo immenso testamento morale: «Come finisce questo film? Non lo so. Io spero che finisca con quello che in Italia non c’è mai stato: una bella botta, una bella rivoluzione. C’è stata in Inghilterra, in Francia, in Russia, in Germania, dappertutto meno che in Italia. Quindi ci vuole qualcosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto, che è trecent’anni che è schiavo di tutti», perché «…ormai nessuno si dimette, siamo tutti pronti a chinare il capo pur di mantenere il posto, di guadagnare; pronti a sopraffarci, a intrallazzare. Uno la prima cosa che fa è di mettersi d’accordo con un altro per superare le difficoltà. Non c’è nessuna dignità, da nessuna parte. E’ proprio la generazione che è corrotta, malata, che va spazzata via. Non so da che cosa, non so da chi, o meglio lo saprei, ma lasciamo andare…». Quale persona onesta a quel sussulto d’orgoglio di un uomo ormai al tramonto della vita non ha rabbrividito? Eppure non ho sentito alcun leader di partito elogiare o fare proprie queste parole, cavalcare lo scontento generale per imporre nuove idee. Troppo capziose? Troppo populiste? O semplicemente, il termine rivoluzione fa paura agli interessi dei singoli che su questo stato di cose ha costruito le proprie fortune? Sì perché rivoluzione implica un sovvertimento dello stato delle cose e, quindi, risulta sgradita a coloro che sullo stesso continuano a marcire. Forse però è anche una fortuna, perché il rivolgimento della situazione attuale deve provenire dal basso, da tutti i cittadini onesti, i quali devono ritrovare la dignità calpestata da un manipolo di faccendieri, mafiosi, lacché e professionisti della politica. Certo, come rilevato dal maestro «il riscatto non è una cosa semplice, è doloroso, esige anche dei sacrifici», perché perdere il poco che ciascuno ha per inseguire un ideale non è cosa semplice, per cui ci si accontenta del meno peggio, chinandosi di fronte al “così vanno le cose”. Invece sarebbe il momento di pretendere i propri diritti, che sono dovuti e non favori da cercare in tempi di campagna elettorale. Ma soprattutto di pretenderli subito, immediatamente, perché come chiosava Monicelli «la speranza è una trappola inventata dai padroni, quelli che ti dicono state buoni, zitti, pregate, che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà, perciò adesso state buoni, tornate a casa. Sì, siete dei precari, ma tanto fra 2-3 mesi vi assumiamo ancora, vi daremo un posto. State buoni, abbiate speranza». In definitiva, «mai avere la speranza; la speranza è una trappola, è una cosa infame, inventata da chi comanda», per rimandare il più tardi possibile la rivoluzione.

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